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IV Congresso nazionale PdCIRimini 27- 29/04/2007 |
Conclusioni del segretar
io Diliberto(appunti presi dai delegati di Cento-Alto Ferrarese)
Siamo usciti in mare aperto, e dopo anni per la prima volta avvertiamo .la presenza della riva. Sabato saremo presenti all’assemblea promossa da Mussi e Salvi sull’unità della sinistra. Ferma la barra sul sostegno al governo, nonostante le sue lacune, perché ricordiamo cosa c’è dall’altra parte. Il rischio è molto elevato, metà italiani ha votato dall’altra parte.
Ma le cose sono in movimento: Fimi si smarca da B. diventato “troppo buono”, ma guari a sottovalutare la destra: il suo radicamento nella società italiana è più profondo di quanto abbiamo pensato alla vigilia delle elezioni politiche.
Nostro compito non è fare le pulci al governo, ma di aiutarlo per evitare che compia gli errori che gli imputiamo. Ma lavorare criticamente in modo positivo. Non siamo autolesionisti. Stare dentro, e stando dentro incidere, e impedire che il governo perda ulteriori consensi. Finanziaria, indulto, scena non edificante della corsa ai posti, corsa ai 102 posti di governo, corsa alla quale non abbiamo partecipato. Due terzi del “tesoretto” vanno spesi - per i due terzi - per le classi e le fasce più deboli. Continueremo ad incalzare Prodi fino a quando Hanefi non sarà tornato a casa, dalla prigione di Garzai.
Seconda cosa: unità della sinistra, ma con le caratteristiche della diversità di ogni componente. Noi manterremo tali caratteri anche dentro la “massa critica” proposta da Bertinotti, dentro l’unità senza aggettivi delineata da Salvi e Mussi, senza abiure rispetto alla propria identità.
E dobbiamo sapere fare senza sbavature tale opera di equilibrio tra i due temi, identità e unità, affinché non prevalga né la svendita unitaria né la chiusura identitaria.
Nel momento in cui si va finalmente verso una sinistra unita, dobbiamo essere, continuare ad essere comunisti. Non ci spaventa la sfida unitaria perché la vogliamo affondare da comunisti, rimanendo tali. Non è una comoda nicchia, nicchia che si trasformerebbe ben presto in prigione. Ci soccorre il barbuto Marx, nel momento in cui spiega che la storia è sempre in divenire, in cui i rapporti tra le classi si modificano a seconda dei momenti storici (schiavitù, feudalesimo, capitalismo). E’ pensabile che la storia sia finita. Questo pensa Fukuyama dopo il crollo del muro di Berlino. Per questo intellettuale di destra "fine del comunismo" era "fine della storia": sesquipedale sciocchezza. La storia non è per niente finita. Viviamo oggi una fase nuova, che non è la età dell’opro ipotizzata da chi voleva stabilizzare il capitalismo. L’instabilità invece è aumentata, le guerre, i kamikaze, fino alla fase attuale di devastante contraddizione. Oggi Fukuyama fa autocritica in un nuovo libo, e vede nella globalizzazione la causa di tutta l’instabilità mondale. Nel controllo delle fonti di energia si ha oggi il segno delle contraddizioni mondiali. Nel ’73 Il Cile di Allende voleva operare per il controllo delle nazionalizzazioni, ed è stato bloccato con operazione golpista diretta dagli Usa. Anche pochi anni fa in Venezuela si è tentato lo steso golpe, ma questa volta un pezzo dell’esercito non c’è stato, e le nazionalizzazioni di Chavez continuano. Il nodello che ha dominato il mondo fino ad oggi non è il modello invincibile. Questo mostra il Sudamerica oggi. E’ l’analisi che ci fa comunisti. Il conflitto tra le classi a livello planetario, ma anche nella vecchia Europa opulenta, è la cifra attraverso la quale interpretare la società e il mondo. Tutto questo ha a che far3e con parole e simboli.
L’invito che ci viene fatto oggi di rinunciare ai simboli e al nome, ci pone nella situazione dell’’89. Dire di si a tale domanda è dare ragione all’Occhetto che ha abbandonato tutto nell’89. Ci terremo per sempre il nome comunisti finché siamo in grado di fare ed essere critici. Ci terremo per sempre anche falce e martello. Questa non è la fase né delle abiure,m né degli anatemi e delle scomuniche, dato che non vi è nessuna Chiesa comunista. La sfida è molto più alta, e non richiede nessuna scorciatoia. La nostra ambizione è il contrario dell’abiura, è quella di portare dentro la sinistra tutte le identità, e noi ci entreremo da comunisti. E’ stata accolta la nostra parole d’ordine di costruire una sinistra senza aggettivi, e questo partito non è in vendita, e deve essere più forte, perché dentro l’unità avremo bisogno di essere più saldi tra noi. La concezione dell'unità parte dalle cose: precariato, pace e guerra, futuro della scuola, laicità dello stato: su tutto siamo d’accordo. Noi da domani accogliamo il COORDINAMENTO dei gruppi parlamentari della sinistra, come chiesto dal compagno Salvi. E’ una sfida altissima, e anche difficile, e vi vuole grande coraggio, perché avremo momenti in cui sembrerà tutto difficile. A cominciare dall’autoconservazione dei gruppi dirigenti - come ci aiuta a capire Max Weber.
Un appello ai giovani: diffidata di slogan, partigianeria, proclami, retorica che inquina la retorica. La politica impone a voli il primo compito: quello di studiare, perché il mondo è completamente cambiato, le categorie non sono quelle di 30 anni fa. L’idea stessa delle fisicità è cambiata, non esistono più le distanze finisce. Un tasto del PC sposta capitali - spesso illegali - da un continente all’altro. Lo diceva Togliatti: chi sbaglia l’analisi sbaglia tutto. Studiate e organizzatevi, E’ l'appello di Gramsci. Senza l’organizzazione
Con il crollo del muro i comunisti sono stati sconfitti: alcuni hanno accettato tale sconfitta, altri n on si sono arresi e hanno continuato la lotta. Quel simbolo lo abbiamo portato nel terzo millennio. Termino con una esortazione: con una organizzazione lo studio - che non è mai inutile - non è sufficiente.
Per tutti deve valere quello che sto per dire: siate orgogliosi di quello che abbiamo fatto, contro tutto e tutti, e ci siamo riusciti. Veniamo d a molto lontano - come ricorda qui Moni Ovaia - dalla Rivoluzione Francese, dal 1789, dalla rivoluzione del ’17 evento liberatorio, la fondazione del Comunismo Italiano del ’21, il Partito Nuovo di Togliatti dell’aprile ’44, di politica e non propaganda, fino all’89, quando qualcuno ha pensato “si chiude qui”. Noi possiamo dire a tutta la società italiana che non si è chiuso li, e continueremo ad andare molto lontano.