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Biografia. Igino Ghisellini nasce il 20 luglio 1895 a Buonacompra (località del comune di Cento); dal 1916 è ufficiale degli arditi sul fronte italo-austriaco nella I guerra mondiale: rimane ferito il 6 ottobre di detto anno, partecipa a vari combattimenti: il 25 marzo del '17 a Dosso Faiti, il 4 luglio 1918 a Monte Solarolo -quota 1672 e il 16 settembre 1918 a Fossa Val Martin. Tornato a Cento in convalescenza, abbandona l'ospedale per comandare la compagnia di arditi del 18mo battaglione "Fiamme nere" sul Col della Martina il 26 ottobre 1918 (acquisisce una medaglia d'argento), viene ferito il giorno dopo sul monte Pertica (medaglia d'argento). Nel 1919 partecipa ad azioni militari in Albania. Tornato a Cento iscrive al partito fascista l'1.1.1921 sulla scia dell'iscrizione compiuta l'anno prima dai fratelli minori Max e Bruno. In quello stesso periodo partecipa alle spedizioni punitive organizzate da Balbo, tanto che gli viene riconosciuto il titolo ufficiale di "squadrista" e il "brevetto marcia su Roma". Si laurea in veterinaria a Bologna (8-7-1922 - tesi su "fattori di miglioramento negli animali domestici" - università di Bologna). Viene eletto consigliere comunale a Cento il 17 dicembre 1922 nel "blocco nazionale" che prende tutti i seggi (dai fascisti ai cattolico-liberali). Laureatosi successivamente in farmacia e chimica, dal 1929 segretario del fascio di Casumaro ove abitava da anni e prestava servizio come veterinario condotto; fino al '36 quando va volontario nella guerra di aggressione all'Etiopia (acquisisce una medaglia di bronzo) e in uno scontro a Neghe Sel Nurè il 5 marzo 1937 ottiene altra medaglia di bronzo [Ferrara Repubblicana 18 novembre 1943];CASELLI 1989, 98; secondo PIRANI 1998,297,301,463-75m Igino è segretario del fascio nel '32]. Successivamente è volontario nella guerra nazifascista contro la Repubblica Spagnola 1936-39. |
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nel labaro riproducente i primi 80 fascisti di Cento figura, con la data 1921, Igino Ghisellini (Cento- Archivo Storico Comunale fondo Bruno Vidoni) |
La personalità. La famiglia di Igino era originaria di Corporeno, frazione di Cento attigua a Casumaro. Nel Centese sono storicamente presenti vari ceppi di Ghisellini, localizzati tuttavia nel capoluogo o a Casumaro (1). Il padre Napoleone era un proprietario terriero del luogo. Igino era il secondo di 7 figli conosciuto negli anni '30 nelle campagne di Casumaro di Cento perchè - oltre ad essere il responsabile del Fascio - esercitava (nei periodi in cui non era in guerra) la condotta veterinaria. In tale attività talvolta non esigeva dai contadini, al momento dell'uccisone del maiale, le 5 lire di imposta di macellazione e - per tale motivo - era benvisto dai contadini [informazioni assunte dal sottoscritto nel febbraio 2008 da un professionista di Buonacompra, che fin dal 1945 conosceva i fratelli di Igino]. Non aveva figli e amava le avventure galanti (testimonianza al sottoscritto - febbraio 2008 - del parroco di Casumaro che conobbe la vedova Trentini nel 1954: la vedova sosteneva apertamente che il marito era stato eliminato dai fascisti "per invidia"). Ghisellini "non aveva dimestichezza"con il potere politico [Fascismo e antifascismo 2007,339].
In Croazia. Nel luglio 1941 entra nel direttorio federale del PNF di Ferrara [PARISINI 2005,178]. In tale anno si arruola come maggiore dell'esercito e seniore della Milizia nel 75mo battaglione Camicie Nere "Ferrara" per partecipare alla guerra di aggressione alla Jugoslavia: dal 6 al 18 aprile opera sul fronte, e successivamente nella occupazione e repressione del movimento partigiano in Croazia, fino all'8 settembre1943 [GANDINI 1994,29]. Il comando della II Armata italiana in Slovenia e Croazia (Supersloda, gen. Roatta) il primo marzo 1942 aveva diramato la "circolare 3C" nella quale si legge:"Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente" [integrale in OLIVA 2006, 175]. Qui Ghisellini (medaglia di bronzo giugno 1943) compie operazioni per le quali viene definito "un sanguinario" dagli stessi ambienti italiani. I partigiani avevano posto su di lui una forte taglia. Per dieci mesi suo superiore nel 75mo battaglione CC.NN. era stato Giulio Divisi. Il battaglione - durante la campagna jugoslava- aveva raccolto 550 ferraresi, solo 200 dei quali rientrati in Italia (ACS, RSI, segreteria particolare duce, cart.ris. b20, fasc.117/r; pubblicato in GUARNIERI 2005,146). Tra i caduti anche un parente, Costantino Ghisellini, ufficiale medico ucciso in un’imboscata in Croazia nel ’42 (La Nuova Ferrara 22.9.2006). Un curriculum tipico di questi "volontari" è quello del centese Ugo Carassiti, che fu anche aiutante di Ghisellini in Croazia: partecipa alla campagna nei Balcani dall'aprile 1941 fino al rientro nell'estate 1943. Divisi - insieme al suo aiutante maggiore Segala - aveva "usato" in varie operazioni Ghisellini: progetto (respinto da Ghisellini) di catturare l'ustascia Dasovic; svaligiamento - falsamente attribuito ai "ribelli" - del magazzino di Uzelas; agire indisturbato dell'amante dell'aiutante maggiore che era una informatrice nonché fidanzata del capo ribelle Condina, successore del "giustiziato" Lovincis; restituzione di armi ai "ribelli" (GUARNIERI 2005, 148). Ghisellini, rientrato a Cento nel settembre del 1943, si troverà successivamente ad operare anche a Ferrara contro i suoi ex-superiori Divisi e Segala.
Il "manifesto" del 21 settembre. Una volta occupata la città ad opera dei nazisti il 9 settembre 1943 (un manifesto a firma Prefetto Solimena e colonnello della Wehrmacht rendeva pubblico che "a partire dal 10 settembre " le Forze Armate Germaniche, in collaborazione con il prefetto, assumono il mantenimento dell'ordine pubblico" assistite da P.S., Carabinieri, G.d.F). Il 18 settembre 1943 il prefetto Dolfin e il console Olao Gaggioli si scontrano sul punto della ricostituzione del partito fascista e quest'ultimo - rifiutando l'invito di Pavolini a riprendere la direzione del PFR a Ferrara - indica come "reggenti" gli ufficiali della milizia e combattenti Igino Ghisellini e Mario Tizzani, che (insieme a Carlo Govoni) prontamente obbediscono al proclama del comandante militare tedesco in Italia, feldmaresciallo Kesselring, che intimava a tutti gli italiani la diretta subordinazione ai tedeschi per quanto riguarda l'ordine pubblico. Ghisellini è appena tornato dalla Croazia; il 21 settembre 1943 fonda la Federazione Fascista Repubblicana di cui assume la "reggenza" e nella stessa giornata accetta - su insistenza del comandate regionale Dino Zauli - la nomina a comandante della locale 75ma Legione MVSN [in QUARZI-TROMBONI 1980,95 la lettera di Zuali 30.10.43]
Il manifesto - secondo alcuni redatto materialmente da Olao Gaggioli - è ispirato alla "guida spirituale e prima, personale, di Italo Balbo" e ordina alla popolazione di "dare quotidiana e cameratesca collaborazione alle Forze militari germaniche che si battono sul suolo italiano contro il comune nemico" (SITTI-TICCHIONI 1987,22). Nell'articolato manifesto Ghisellini e Tizzani si qualificano come "reggenti" in quanto "l'ex federale Gaggioli e' in pessime condizioni di salute"[Ferrara partigiana 1951,54] e pongono al primo punto lo sforzo militare a fianco della Germania e la garanzia del funzionamento dello stato attraverso la nomina dei "capi delle province" (che riuniscono in una sola persona - fascista - le funzioni di federale e di prefetto), al secondo punto quello che sarà il "mito fondante" della RSI, la vendetta nei confronti dei fascisti che "passarono al nemico": si individua cioè un unico nemico interno - da giudicare con l'istituendo Tribunale Straordinario speciale in ogni provincia-, in grado di coagulare-unificare (come nel 1924) squadristi-combattentisti-nazionalisti-sindacalisti; al terzo punto: "esaminare la situazione degli iscritti al partito in relazione alla loro condotta di fronte al colpo di stato della capitolazione e del disonore e punire esemplarmente i traditori e i vili"[Prefettura-Ghis 1943]. Ghisellini sostiene che in ambito ferrarese non vi sono state violenze durante il periodo badogliano e a riprova indica il fatto che il prefetto [Dolfin ndr] in tale fase non aveva arrestato alcun fascista, come pure riprende l'indicazione di Mario Cavallari, esponente antifascista, che parlando in piazza il 9 settembre 1943, poche ore prima che Ferrara fosse occupata dai nazisti ndr, aveva dichiarato che "qua da noi ogni violenza sarebbe stata ingiusta e malvagia" [i punti salienti del manifesto in PARISINI 2005,179]. Contemporaneamente fa nominare "preside della Provincia" il suo fiduciario Giulio Dialti e come podestà di Ferrara il centese Alberto Verdi (ambedue erano stati rimossi dalle loro cariche dal governo badogliano dopo il 25 luglio v. Parisini 1993). In questo periodo Ghisellini - secondo la testimonianza diretta di Tortonesi (ZAGHI 1992,79), incarica quest'ultimo di organizzare la milizia fascista (quella che poi sarebbe stata chiamata la banda dei "tupin") - per "fare piazza pulita di tutti i fascisti che si erano arricchiti col fascismo". Sempre al fine di perseguire i "traditori" incarica il ventiseienne Carlo Govoni di operare nel gruppo dei revisori delle domande di iscrizione al PFR [GUARNIERI 2005,43].
Incontro nello studio Zanatta. Nello studio dell'avvocato Mario Zanatta, del Partito d'Azione, in viale Cavour 5, il 24 settembre su iniziativa di Olao Gaggioli [dichiarazione scritta 15-11-43 di Carlo Govoni in Questura-CG 1943,236; "a fine settembre" secondo un altro dei partecipanti LONGHI 1975,27, mentre indicano il 28 settembre ZAGHI 1992,54, GANDINI 1994,33 e ROVERI 2002,124] si tiene l'incontro con i non comunisti del CLN locale in via di formazione. Da un lato Ghisellini e i fascisti Govoni e Mario Tizzani (poi scomparso dalla scena politica) che fanno capo al federale centese [QUARZI-TROMBONI 19809,28-29]. Dall'altro gli avvocati Giuseppe Longhi demolaburista e Ugo Teglio socialista e gli ingegneri Cesare Monti liberale e Giuseppe Stefani democristiano. Secondo Pisano' [1962-2005] fu di Ghisellini il tentativo "conciliatore" di avvicinare gli esponenti non comunisti del CLN: e alcuni di questi esponenti, i cui nominativi furono trovati dai fascisti tra le carte di Ghisellini appena ucciso, caddero sotto il piombo fascista nell'eccidio della "lunga notte". Il rappresentante PCI nel CLN, Ermanno Farolfi non partecipa all'incontro o, secondo altri, viene escluso. Govoni si presenta in camicia nera e con le medaglie al petto. Ghisellini conosce personalmente gli antifascisti Zanatta, Teglio e Piazzi [Ferrara 1943-1963,1996,61] dall'altro lato Mario Cavallari. Ghisellini invita gli antifascisti a consegnare tutte le armi ai tedeschi [ZAGHI 1992,54].
Arrestare gli ebrei. Dopo che Pavolini il 5 ottobre aveva troncato ogni tentativo di pacificazione [DEAKIN 1963,574] I.G. in quanto seniore della milizia estense fa eseguire il 7 ottobre i fermi ordinati dal console regionale della Milizia Dino Zauli che era stato incaricato dai tedeschi di rastrellare ostaggi - prevalentemente ebrei - da fucilare in caso di rappresaglia. Si tratta di persone segnalate dalla MVSN al comando tedesco di Bologna come "ostili all'esercito germanico" [PARISINI 2005,273n; QUARZI-TROMBONI 1980, 87]. Gli arresti avvennero direttamente ad opera del maggiore Andrea Carridi con Edgardo Baiesi, altri sei militi della 75ma legione CC.NN. ed un gendarme tedesco [GANDINI 1994,34-35]. Partecipa anche Mario Segala. Gli arresti furono approvati uno ad uno da Ghisellini: 31 ebrei e professionisti, e 4 ex-gerarchi "traditori". Tra gli arrestati - trasferiti a Bologna - Colagrande, Teglio, Vita Finzi [15 novembre 1943]. Di fronte alle proteste degli antifascisti Ghisellini motiva gli arresti con esigenze di ordine superiore provenienti da Bologna [ZAGHI 1992,33-34]. Secondo LONGHI 1945 (testimone diretto) Ghisellini, unitamente ai "due commissari" del PFR spiega che l'ordine era venuto dal colonnello Zauli che utilizzava come referente ferrarese Mario Segala. Il console Zauli contesterà a I.G. di non aver "confermato" gli arresti, in una lettera di fine mese in cui toglie al federale il comando della 75ma legione. I detenuti furono poi lasciati liberi dai tedeschi il 17 ottobre ma - una volta tornati a Ferrara - di nuovo arrestati [non su iniziativa di I.G. secondo GANDINI 1994, 37-38]. I 31 arrestati - v. elenchi in LONGHI 1975 (19 per GANDINI 1994,34-35) - il 14 novembre erano ancora rinchiusi nelle carceri di via Piangipane.
In ottobre, in base alle ordinanze emesse dal comando tedesco, Ghisellini dispone il richiamo alle armi con cartoline precetto della federazione, e forse anche per questo una persona scambiata per la moglie di I.G. riceverà minacce ("Di' a tuo marito che la guerra la faccia lui. Noi siamo stanchi di ricever cartoline") [ZAGHI 1992,37 e 41]. Il 14 ottobre "prima riunione" (informale ndr) nella sede del fascio (un centinaio di presenze) in cui Govoni denuncia il boicottaggio proveniente da "Gaggioli, Divisi e Co." e sostiene la necessità di "partire per il fronte". Per questa sua determinazione, seppure giovane e di famiglia umile, viene incaricato da Ghisellini di visionare le domande di iscrizione al PFR [GUARNIERI 2005,42].
15 ottobre: Pavolini fa pervenire a I.G. l'atto di nomina a reggente della Federazione di Ferrara [PARISINI 2005,185]. Igino guida personalmente (seduto nella propria auto fuori dalla villa) la perquisizione nella villa di Zocca di Ro Ferrarese del senatore Emilio Arlotti, e se ne torna con un plico di documenti sequestrati [GANDINI 1994,48 - in Ferrara 1943-1993,1996,73 viene indicato come autore del sequestro Carlo Govoni]. Verso la metà del mese si reca a casa di Ugo Jannuzzi a Codigoro e lo convince a riaprire il fascio locale [GUARNIERI 1998,214; Fascismo e antifascismo 2007,449n].
Il 21 ottobre nella "prima riunione del fascio di Ferrara" (secondo la Relazione del Questore 22.10.43) si pone al primo punto l'amento delle paghe operaie e contadine, e la compartecipazione agli utili delle grandi aziende. I nemici da battere sono i "congiurati del 25 luglio" Rossoni, Bignardi, Gottardi, Pareschi e Albini, e gli ex fascisti "espressione del capitalismo": il conte ed ex ministro Cini e l'ex senatore Arlotti [PARISINI 2005,189].
24 ottobre Ghisellini notifica pubblicamente su Ferrara Repubblicana - giornale da lui fortemente voluto, organo del Fascio locale - di avere assunto "per ordine del Duce" la carica di commissario della Federazione del PFR di Ferrara. "La patria è in guerra... Alle armi... Ai camerati tedeschi, generosi e leali, che combattono valorosamente sulla nostra terra ... vada la nostra gratitudine"[testo ripubblicato in SITTI PREVIATI 1976,254]
25 ottobre La Questura di Ferrara evidenzia che la chiamata di controllo dei militari italiani effettuata dal comando tedesco viene accolta negativamente dalla popolazione [PARISINI 2005, 177]. Attorno a questa data Igino Ghisellini si scontra con l'ex-console Divisi, accusato di essere connivente con il Bignardi e il gruppo di fascisti che dopo l'arresto di Mussolini avevano scelto di collaborare con il governo Badoglio.
27 ottobre Con un pubblico avviso il comandante militare von Alten intima - sotto pena di morte - di consegnare entro 5 giorni armi, mezzi di trasporto e carburanti al comando di piazza germanico. Anche "Chi lacera i manifesti dell'Autorità Germanica è punibile con la pena di morte" [testo integrale in SITTI PREVIATI 1976,255]
29 ottobre Il console generale Zauli piomba a Ferrara da Bologna (ignorando la richieda di incontro avanzata per iscritto dall'arcivescovo di Ferrara Ruggero Bovelli) [GANDINI 1994,39]. Il giorno dopo, con una lettera diretta per conoscenza ai co-reggenti Borellini, Ghilardoni e Calura (parzialmente conservata, pubblicata in QUARZI-TROMBONI 1980, 95) Zauli redarguisce Ghisellini che si mostra "titubante a confermare i fermi dei detenuti" (le cui singole posizioni comunque in ogni loro particolare erano state vagliate e convalidate da Ghisellini) e gli toglie il comando della 75ma divisione.
31 ottobre "Ferrara Repubblicana" invoca la "disciplina più dura compresa quella dei plotoni di esecuzione" contro i "traditori". Ghisellini apre un'inchiesta sul curriculum militare di Carlo Govoni [QUARZI-TROMBONI 1980,31].
3-9 novembre I.G. che percorre quotidianamente il tragitto Casumaro -Ferrara con la Fiat 1100 della Federazione, deve utilizzare (come passeggero) la moto del milite Baiesi, dato che la macchina è in riparazione. Il 4 novembre Ghisellini nomina ufficialmente il "triumvirato" di suoi collaboratori nella reggenza PFR: Borellini, Ghilardoni, Calura "fascisti leali e devoti".
Le iscrizioni al PFR. A tutto ottobre manca il capo della provincia [PARISINI 2005, 164n], che si insedia a inizio novembre: in una relazione illustrativa il nuovo prefetto Berti [Prefettura-Ghis 1943] parla di 50 fasci aperti, 2 mila iscritti a Ferrara e 1500 in provincia, lamenta che l'adesione dei giovani "non è troppo accentuata" mentre gli anziani "tendono a temporeggiare". Berti scrive al PFR ferrarese imponendo una "selezione" delle iscrizioni al partito secondo la logica del "pochi ma buoni" [PARISINI 2005,273n]. "Ferrara Repubblicana" (7 novembre) riporta "14 mila iscritti a Ferrara"; secondo i tedeschi al 15 dicembre 1943 gli iscritti sono 6500 [Collotti in Deputazione E.R. 1975, 372] Secondo l'informativa segreta del 29.5.44 al sottosegretario Barracu, gli iscritti sono 1200 (700 con età inferiore ai 37 anni), di cui soltanto 355 in città a Ferrara [GANDINI 1994,31n].
11-12 novembre nel tragitto serale Ferrara-Casumaro - percorso con la Fiat della federazione - I. G. sospetta di essere seguito. Il 12 novembre (mattinata?) Ghisellini in federazione dopo avere aspramente rimproverato due dirigenti che avevano tenuta aperta la fabbrica anche nel giorno "festivo" del 28 ottobre, in privato li rassicura e si dichiara preoccupato per la sua persona (vedi riquadro). Al pomeriggio, alle 14.30 parte per Salò con la Fiat accompagnato dal co-reggente" Borellini e dal capitano Alessandro Benea. Più tardi, a causa di un incidente, sostano a Desenzano e decidono l'indomani di rinunciare alla puntata su Salò per dirigersi a Verona.
Di ritorno da Verona e dalla breve sosta presso la federazione di Ferrara, Ghisellini viene ucciso - lungo il tragitto Ferrara-Cento - la notte di sabato 13 novembre.
| "Vecchi squadristi e giovani esaltati" - dalla lettera
dell'ing. Giuseppe Bertinetto, direttore nel 1943 della fabbrica bellica
IMI di Ferrara, all’avv. Giorgio Franceschini già membro del CLN a
nome della DC [La Nuova Ferrara,
15,11,2005] "Mi beccai ben tre denunce da parte delle autorità fasciste, perché avevo effettuato assunzioni con paghe maggiorate. Il 28 ottobre 1943 (anniversario della rivoluzione fascista) all’IMI avevamo dimenticato che era festa nazionale e noi, invece, avevamo regolarmente lavorato al completo. E avevamo dimenticato, anche, che alla IMI c’erano parecchi fascisti, che mi denunciarono immediatamente. Cosicché il 12 novembre 1943 venni convocato presso la federazione fascista col cav. Pellegatti con l’ordine di presentarmi al federale Igino Ghibellini. Prima, però, avevo telefonato al capitano Hettinger, capo del Rustung Kommander (RUK) dal quale dipendevamo per disposizione del generale Leyers, poiché la IMI era protetta dal ministero tedesco per la produzione bellica. Ghisellini ci ricevette con un altro superdecorato [era Carlo Govoni? ndr] e ci fece una reprimenda con forte accento militaresco. Io risposi che me lo aveva ordinato il capitano Hettinger, essendo la IMI alle dipendenze dei tedeschi e non avevo potuto rifiutare di lavorare nemmeno il 28 ottobre. Il cav. Pellegatti, aveva aggiunto che, naturalmente, avremmo pagato la giornata doppia. Ma quello che ci stupì fu che,
quando rimanemmo soli con Ghisellini, questi cambiò completamente tono e
ci chiese addirittura scusa per averci dovuto trattare duramente. Disse
che si sentiva molto stanco e preoccupato per la situazione, che da anni
era in guerra come ufficiale dell’esercito e che era stato dappertutto:
Francia, Africa, Grecia e, per ultimo, in Jugoslavia, da dove era
rientrato solo dopo l’8 settembre. Il 21 settembre lo avevano obbligato
ad assumere l’incarico di Federale del partito fascista repubblicano e
ci disse
che noi potevamo stare tranquilli per la questione del 28 ottobre. Poi
aggiunse: «Quei pazzi là (accennando a qualcuno che stava
parlando ad altissima voce in qualche altra stanza) non hanno ancora
capito che la guerra l’abbiamo già persa e che Mussolini ha costituito
un governo fittizio, ma deve sottoporre qualsiasi decisione
all’ambasciatore Rahn e al generale Wolf». |
Domenica mattina del 14 novembre (verso le 5.30-6.00: siamo in coprifuoco notturno fino alle 6.00) lo stesso contadino (Alfredo Corticelli, abitante in via Maddalena 13) rinveniva in via Oriente a Castel d'Argile, "in fondo al fosso di ponente" (un metro oltre l'imbocco con via Maddalena, una ventina di metri dopo la posizione in cui aveva notato la stessa auto la sera prima) il cadavere del Ghisellini (posizione supina, il lato destro del capo presentava 4 fori nella regione temporale e uno nella mandibolare [ZAGHI 1992,37], abiti civili [ PISANO' 1965,425 scrive erroneamente di "salma ricoperta con la divisa", di "sottrazione del borsellino" fatto questo smentito dalla moglie di I.G. che dichiarava che il marito non girava con nessun borsellino], privo degli stivali, "sul ventre del cadavere un cappello a cencio" e alle 6.30 avvisava i carabinieri locali che redigeranno rapporto. L'auto era in mezzo alla strada con i fari spenti, una ruota posteriore sgonfia. Cinturone e fondina della pistola del federale,vuota, furono trovati nel campo oltre la siepe alta 1 metro che costeggiava il fosso, a tre metri dal cadavere. Sul sedile destro anteriore, intriso di sangue furono trovati due bossoli di pistola. Tra i documenti repertati nell'auto, che aveva il finestrino di sinistra infranto, due permessi di circolazione in orario di coprifuoco, rilasciati l'11 ottobre 1943 dal comando militare tedesco di Ferrara, e sul sedile posteriore la divisa del federale fascista con macchie di sangue. Vi è, stabilmente, un posto di blocco fascista al bivio Vigarano Mainarda-Mirabello
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Le prime ipotesi le fanno i Carabinieri di Castel d'Argile (che mettono per iscritto il 16 novembre la
loro ricostruzione): il federale aveva preso la provinciale verso
Casumao ma aveva fatto una diversione ( verso S. Carlo-Cento: si fa
l'ipotesi che i "sicari" gli avessero chiesto di essere
portati a Cento. L'uccisione potrebbe essere avvenuta alle 21.45,
dato che l'orologio di Ghisellini si era fermato a quell'ora
(ZAGHI 1992, 37-38) all'altezza del km 30,5 della provinciale
Ferrara-Cento ( di Corporeno: qui furono trovate tracce di sangue e
frammenti di vetro sulla strada: all'epoca si ipotizzò che
la macchina si fosse fermata per consentire di spostare sul sedile
anteriore destro il cadavere di Ghisellini -colpito mentre era al
posto di guida con 5 colpi sparati da qualcuno che stava alla sua
destra all'interno della macchina). Dalle ricerche subito
condotte dai CC si rilevò che l'auto, proveniente dalla
circonvallazione di Cento, imboccando ad alta velocità la
salita che porta al ponte sul Reno e a Pieve, aveva sbattuto
violentemente con il paraurti anteriore destro contro il terzo
paracarro di destra.
Molti anni dopo [in PISANO' 1992, 330-31] Giuseppe Bonazzi, che in quella notte comandava il presidio GNR sul ponte Cento-Pieve, dichiara che "una sola auto" passò quella notte. GANDINI 1994,87 osserva che tale dichiarazione contrasta con altri fatti: sul ponte sarebbe dovuta passare anche l'auto tedesca targata WM 6843 successivamente entrata in panne (rapporto Questura Ferrara) e - probabilmente - anche l' auto che avrebbe consentito agli esecutori dell'attentato di allontanarsi da Castel d'Argile. GANDINI ricorda che le poche auto esistenti per circolare abbisognavano di un particolare permesso del comando tedesco. |
| salita che da Cento porta al ponte sul Reno. La macchina di Ghisellini, proveniente da Corporeno (da destra per chi guarda la foto), nell'affrontare la salita sbatte contro il terzo paracarro [elaborazione da PIRANI 1998, 325- foto anni '30] |
Sul sedile destro anteriore, intriso di sangue vengono trovati due bossoli di pistola. Tra i documenti repertati nell'auto, che aveva il finestrino di sinistra infranto, due permessi di circolazione in orario di coprifuoco, rilasciati l'11 ottobre 1943 dal comando militare tedesco di Ferrara, e sul sedile posteriore la divisa del federale fascista con macchie di sangue. La mattina alle 8 il medico condotto locale, rilevata la rigidità cadaverica, attribuiva la morte a "parecchie ore" prima. Nella giornata giunsero sul posto su tre camion anche le camicie nere di Pieve e di Cento che iniziarono a cospargere di liquido infiammabile le case di Castel D'Argile per dare una lezione bruciando tutto il paese, e che furono fermate solo dall'intervento del gerarca ferrarese Eolo Fagioli, marito della figlia del podestà di Castel D'Argile (CASELLI 1989, 151).
Alle 7.30 si presentano all'appuntamento presso la Federazione di Ferrara l'ufficiale addetto Ciro Randi e il "triumviro" Borellini. Attendono Ghisellini, come concordato, per andare insieme al congresso del PFR a Verona. In Federazione ci sono Benea e Borellini, non c'è I.G. e non c'è Calura. Quest'ultimo, avvisato dal maresciallo Baiesi, si presenta successivamente.
Alle ore 8: Benea Borellini e Randi, giunti da Ferrara a Casumaro, verificano l'assenza di I.G. da casa [Questura-Ghis 1943,258]. A Castel d'Argile il medico condotto locale, rilevata la rigidità cadaverica, attribuisce la morte di Ghisellini a "parecchie ore" prima. La zona si riempie di fascisti e di tedeschi [testimonianza resa verbalmente al sottoscritto ad opera di un giovane centese presente per lavoro sul posto].
ore 9: Benea e Randi, tornati a Ferrara, vanno a controllare l'appartamento tenuto da Ghisellini a Ferrara ma lo trovano vuoto. Benea [e Carlo Govoni e Carlo Tortonesi - secondo PISANO' 1965, 425, v. GUARNIERI 2005, 53] comunica la "scomparsa" di I.G. al prefetto Berti che invia Borellini e Mirandola a Verona: i due partono alle 10 [passando prima per Castel d'Argile - cfr. testimonianza Caroppo qui sotto] per avvisare il segretario Pavolini della scomparsa del federale.
Il capitano dei CC di Cento Caroppo, avvisato alle 10, si reca immediatamente sul posto e testimonia che il cadavere era vestito, "con portafoglio contenente lettera autografa con la quale (Ghisellini) mi accusava di esser antifascista".
ore 11 circa: Benea, avvisato da militi di Cento del ritrovamento del cadavere, avverte il prefetto e parte per Verona con Randi, Piva e l'autista Bergamini.
Castel d'Argile: al termine del sopralluogo, dichiara Caroppo nel contesto del processo 1946, giunsero il questore Visioli, Passarelli, Mirandola e Borellini [GANDINI 1994,53]. Questi ultimi ripartono poi per Verona. Nella mattinata il posto è pieno di tedeschi e di fascisti (secondo quanto raccontatomi - febbraio 2008 - da un testimone oculare). Il maggiore Segala (noto avversario di Ghisellini), recatosi a Castel d'Argile, di fronte ad allusioni di un capitano della milizia relativamente ai contrasti che il deceduto aveva avuto con lui - prende a schiaffi il milite (testimonianza di Mirandola).
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Verona ore 14 Borellini - giunto in città alle 13,15 - si reca in prefettura dove mette al corrente della "scomparsa" Pavolini, il quale ordina: "Si fucili un antifascista, ogni due ore fino al ritrovamento di Ghisellini, vivo o morto", e rispedisce Borellini a Ferrara. Nel ritorno, 40 km fuori Verona, Borellini-Mirandola incrociano l'auto di Benea-Randi, dal quale vengono informati dell'uccisione di I.G. ed insieme ritornano a Verona. Tutti a Castel d'Argile. Nel pomeriggio il "preside" della Provincia Dialti, giunto sul posto per prelevare la salma, dichiara di fronte al cadavere "Sarai vendicato!"[ZAGHI 1992,40], "Noi ti vendicheremo" [Ferrara 1943-1993, 1996,62]. Nella giornata giungono sul posto del ritrovamento del cadavere su tre camion le squadre di fascisti di Pieve e di Cento che iniziano a cospargere di liquido infiammabile le case di Castel D'Argile per "dare una lezione": l'incendio delle case viene evitato per l'intervento del gerarca ferrarese Eolo Fagioli, marito della figlia del podestà di Castel D'Argile [CASELLI 1989, 151]. |
l'uomo di fiducia di Pavolini e di Pagliani, Enrico Vezzalini, passa in rassegna le truppe nella Ferrara repubblichina di fine 1943 (da GUARNIERI,2005,97) |
ore 16: Pavolini ordina. Giunti a Verona gli squadristi Mirandola e Borellini si recano a Castelvecchio dove si tiene il congresso. "Mentre parla il camerata Bardi da Roma, un gruppo di presenti si avvicina al tavolo della presidenza e comunica al ministro Pavolini una notizia, di cui subito si intuisce la gravità. Istintivamente i convenuti si alzano. Il silenzio e' assoluto nella sala. E nel silenzio Pavolini dice: "il commissario federale di Ferrara, che avrebbe dovuto essere qui con noi oggi, e' stato assassinato con sei colpi di rivoltella. Eg!i verrà immediatamente vendicato" [Corriere della sera, 17.11.1943]. La notizia dell'assassinio è dunque portata alla direzione nazionale del PFR [Questura-Ghis 1943,263]. Pavolini dichiara: "E' stato Arlotti, è stato Gaggioli, fateli fuori" [Ferrara 1943-1993,1996,123] e ordina agli squadristi di Padova e alla polizia federale di Verona di recarsi a Ferrara per la immediata vendetta. Ricci che presiede il congresso dice: "Molto probabilmente gli assassini sono Emilio Arlotti e Olao Gaggioli". Il delegato ferrarese Muscardini dichiara che la prima persona da giustiziare è Arlotti [GANDINI 1994,54].
Gli squadristi di Padova e di Verona giungono a Ferrara alla caserma Littorio per la immediata vendetta verso le ore 20 [secondo GANDINI 1994, 54 Vezzalini giunge alle 20.30]. Nella sede della federazione si erano già insediati Franz Pagliani, ispettore regionale del partito legatissimo al console della milizia regionale Zauli, Enrico Vezzalini - uomo di fiducia di Pavolini - che assume il giorno dopo la direzione del Partito a Ferrara, e il console della milizia Giovanni Battista Riggio. E' presente anche il braccio destro di Pagliani, il gerarca bolognese Enrico Cacciari.
Nelle Sale del Castello (ove è la prefettura, ma vi sono alloggiati anche i tedeschi con il loro comandante Von Alten) si stese la lista di 84 “sospetti” di cui 75 (72 sono elencati in GANDINI 1994,58] subito prelevati e portati nella notte alla caserma Littorio di piazza Fausto Beretta, in un salone a piano terra [Ferrara 1943-1993,1996,94] - ora piazza Matteotti [Fascismo e antifascismo 2007,447] (via Arimani - o Armari? - per ZAGHI 1992; caserma della MVSN in via Spadari per La Nuova Ferrara 15.11.2005). Gli squadristi veneti vengono "guidati" nella fase di individuazione degli indirizzi e di perquisizione delle abitazioni dei "sospetti"da camerati ferraresi, in particolare dalle camice nere di S.Bartolomeo in Bosco (La Nuova Ferrara 15.11.2005). Tra gli arrestati gli antifascisti Primo Canella, Luigi Calderoni, il popolare gelataio "Gigetto", e la maestra Alda Costa, nota militante socialista. Uno degli arrestati, l'avv. Giuseppe Longhi è testimone e memore delle ore trascorse dagli arrestati nel salone al piano terra della caserma [LONGHI 1945].
Vengono chiamati i triumviri della federazione ferrarese
Calura,
Ghilardoni
("uomo degli
industriali") e
Borellini
(quest'ultimo secondo alcuni inizialmente assente): rifiutano di
firmare qualsiasi elenco [GANDINI 1994,58].
Riggio si assume
allora tale responsabilità . Il senatore Arlotti viene
arrestato alle 20.30 nella sua abitazione di via Montebello 33
[Ferrara 1943-1993,1996,120]. Tra gli arrestati il gruppo dei
tre primi inquirenti: Marolla Poli Garoppo.
[Al
primo piano della caserma lo squadrista Carlo
Govoni sosteneva la "necessità di fucilare almeno trentasei
antifascisti" - 37 secondo GANDINI 1994,61: Pagliani blocca
tale richiesta]. Randi propose di
uccidere venti ostaggi al giorno fin quando non si fossero costituiti
i responsabili della morte di Ghisellini. Vezzalini propone 4
fucilazioni:
Arlotti,
Colagrande,
Teglio
e
Gaggioli
(quest'ultimo non
reperibile). Poi per intervento di Riggio si decide di fucilare 10
persone, con l'esclusione di Gaggioli. Calura - presente
anche se non consenziente nel luogo ove si stava decidendo la sorte
degli antifascisti - dichiarò in seguito che fu deciso
di "estrarre" otto nomi dagli appunti trovati fra le carte
di Ghisellini. Il
prefetto Berti (secondo il diario di DOLFIN 1949; cfr GANDINI
1994,69) si batte fino alle 2 per "salvare
i giustiziati".
Sicuramente per indicazione di un fascista che lavorava in Comune si
decise di eliminare il funzionario comunale apolitico Arturo
Torboli
[ZAGHI 1992,64; ROVERI 2002,137] che fu prelevato, come
Girolamo
Savonuzzi
(nel 1919 assessore
socialista), la notte stessa.
lunedì 15 novembre: Giornata fredda, nebbiosa, umida [GANDINI 1994,52]. La sera precedente il coprifuoco era stato anticipato alle ore 21 "per l'uccisione del federale Igino Ghisellini" - Dalla caserma Littorio alle 3,30 della notte furono portati in Castello Arlotti, Zanatta e i due Hanau. Per iniziativa di Riggio, i quattro furono fatti uscire dal Castello e - mentre si stavano avviando in direzione del monumento al Savonarola - alle 5.50 falciati due contro la cancellata della Fossa [GANDINI 1994,64] e due lungo il muretto del fossato. Nella stessa notte una squadra capeggiata dal veronese Nino (Nicola) Furlotti (il quale darà a tutti i caduti il colpo di grazia alla testa - v. Ferrara 1943-1993,1996,69) si recava alle carceri, verso le 5, per prelevare gli antifascisti. Il direttore Gusmano che in un primo tempo si opponeva al prelievo, viene tradotto in castello e minacciato di fucilazione direttamente da Vezzalini [GANDINI 1994,107]. Furlotti tornava al Piangipane e prelevava, su un motofurgone, Pasquale Colagrande, Giulio Piazzi, Ugo Teglio e Alberto Vita Finzi [ZAGHI 1992], portati in Castello e abbattuti lungo il muretto esterno alle 6.00. Il ferroviere Cinzio Belletti fu ucciso in via Boldini dietro l'Auditorium, (il corpo era ancora per terra alla 8.15 secondo una testimonianza in Ferrara 1943-1993,1996), e ancora Torboli e Savonuzzi portati sul tratto di mura chiamato il Montagnone e fucilati. I cadaveri rimasero esposti per tutta la giornata, gli scolari costretti a passare davanti a tale spettacolo. GHEDINI 1983,124-125 rievoca la mattinata nebbiosa e fredda, ZAGHI 1992,30 vede il corpo di Colagrande crivellato. Alle 11 giunsero due camion di GNR, prevalentemente fascisti locali, che al canto dell'inno fascista "Vincere!" allontanarono i presenti. Il vescovo mons. Bovelli - la cui sede dista 150 metri dal luogo dell'eccidio - dapprima si reca a benedire le salme, poi viste inutili le pressioni rivolte ai fascisti per fare cessare l'esposizione dei cadaveri, si rivolge in Castello al comandante tedesco della piazza, il generale von Alten, che alle 15.30 ordina per iscritto ai fascisti 1) di evitare il ripetersi di tali crimini, 2) che vengano immediatamente rimossi i cadaveri [Fascismo e antifascismo 2007,447]. I corpi furono caricati su un furgone e portati alla Certosa. Altri 9 antifascisti arrestati in quel periodo trovarono successivamente la morte in campi di concentramento, o in carcere sotto i bombardamenti [GANDINI 1994,70]: da qui nasce l'opinione, che trova spazio durante la guerra anche in campo fascista, che i morti della lunga notte fossero 17 o 20.
Tutta notte e la giornata aveva visto gruppi di armati fascisti percorrere il centro cittadino con grida, spari, minacce e violenze rivolte ai cittadini che non salutavano romanamente (testimonianza nel diario inedito di monsignor Valeriani, in La Nuova Ferrara 15.11.2004).
Ai funerali, organizzati con la presenza massiccia dei fascisti, dietro il feretro sono la vedova, il fratello Gaetano, il generale Von Alten, Vezzalini, il podestà di Ferrara Verdi, il comandante regionale della milizia Zauli. L'orazione funebre è tenuta dal gerarca bolognese Cacciari.
Le indagini successive. Le indagini vengono subito tolte alla Polizia e ai CC.: il viceprefetto Atto Marolla, il vicequestore Giuseppe Poli e il tenente comandante della stazione dei carabinieri di Cento Garoppo che avevano ipotizzato un omicidio ad opera di persone conosciute dal federale vengono il pomeriggio stesso del 15, di ritorno dal sopralluogo, arrestati temporaneamente dagli squadristi e rinchiusi nelle carceri di via Piangipane [[GANDINI 1994,107; FERRUZZI 1999 che si rifà a BONFIGLIOLI 1955 e MAYDA 1978]. La Milizia affida le indagini a Vezzalini, uno dei responsabili della strage, il quale nel rapporto a Mussolini segnalava il 24 novembre di avere senza esito alcuno indagato su 137 "elementi comunisti", 92 altri antifascisti, oltre che su ex-fascisti e su "ebrei più o meno arianizzati" [GUARNIERI 2005,154-5]. L'inchiesta- affidata inizialmente anche al maggiore Dario Segala "amico di Govoni" e poi al capitano Benea - si arena [ZAGHI 1992,42].
Già il 18 novembre la stampa repubblichina di Ferrara attribuiva la responsabilità agli "antifascisti"(su Ferrara Repubblicana, organo del PFR provinciale, la parola d'ordine era "per ognuno dei nostri cento degli altri"). Per BALUGANI 1999 presunto autore, subito sospettato dagli stessi fascisti, sarebbe secondo il PCI locale lo squadrista ferrarese Carlo Govoni. D'altro canto risulta invece che fu proprio Govoni a comunicare ai fratelli di Igino Ghisellini che l'assassino doveva cercarsi all'interno dello stesso fascismo ferrarese, in particolare nella lista di "traditori" che Ghisellini avrebbe dovuto denunciare il giorno dopo al congresso fascista di Verona [Guarnieri 2005, 88-100]. "Ferrara Repubblicana" del 22 novembre riporta come presenti al funerale i fratelli Max e Gaetano, il generale Von Alten, i generali Zauli e Guidi, Pagliani, il prefetto Berti e il presidente della Provincia Dialti il podestà di Ferrara Verdi (questi due da poco nominati nelle loro cariche da I.G.)
Su input del Govoni dunque, Bruno, fratello di Igino, si rivolse direttamente a Mussolini, e ottiene un'udienza dal duce, alle ore 11 del 25 novembre 1943. DE FELICE osserva che nei minuti precedenti e in quelli successivi all'incontro con Bruno Ghisellini, il duce si intrattiene separatamente con Pavolini. Quindi - tramite telegramma - ordina a Vezzalini (e ad un altro informatore rimasto anonimo - vedi documentazione ora presente nell'Archivio Centrale di Stato e pubblicata in Guarnieri 2005,146-157) di condurre un'inchiesta. Nella relazione al duce Vezzalini non parla delle accuse messe a verbale da Govoni, né accenna ai rapporti dei militi GNR dei posti di blocco di Vigarano e "Reno Centese" [GANDINI 1994, 102]. In una lettera del 6 febbraio 1944 dal carcere di Copparo diretta al duce, Govoni dichiarava di aver fatto al Vezzalini - presenti tre testimoni che si riservava di indicare - il nome del "probabile autore dell'assassinio". Da tale documentazione risulta che Govoni subì per iniziativa di Vezzalini una condanna di 5 anni al confino [dapprima incarcerato a Copparo, successivamente a Cento e infine consegnato ai nazisti che lo spedirono a Dachau dove morì nell'aprile 1945]. In altra lettera del 17 marzo 1944 Govoni dichiara di aver informato anche il ministro Buffarini e Roberto Farinacci della situazione ferrarese dove "la cricca dei traditori domina incontrastata e Vezzalini si riempie il portafoglio".
Secondo un informatore anonimo inviato dal duce, il questore di Ferrara Visioli nel 1944 sosteneva di avere appurato che l'uccisore di I.G. "si chiam[asse] Giuseppe" [GUARNIERI 2005, 157].
Clicca qui per la versione "azione partigiana".
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(1) Guerrino Ghisellini venne ucciso in un agguato a Casumaro il 18.5.25. Nell'Archivio Storico Comunale di Cento che conserva i documenti del PNF fino al 1943 risultano varie cartelle intestate a Ghisellini iscritti al partito- ma non si tratta di parenti di Igino (ricerca del sottoscritto in Anagrafe Storica del Comune di Cento): i fratelli Giovanni (iscritto dal 28.10.32, per circa 30 anni amministratore della "Società Operaia"con un unico figlio aderente al fascio "fin dai primordi") e Biagio (n. 1881, iscritto dal 3.3.25: il figlio Olimpio n. nel 1907 si iscrive il 29.10.40) di fu Filippo e Onofri Teresa (1870-1941) entrambi residenti a Cento in via Guercino; Francesco (n.Cento1916, iscr. il 24.5.38, oste) di Luigi e Ciccotti Giuseppina; Luigi (iscr. dal 3.3.25: la tessera 1940 non risulta ritirata) di Pietro Paolo; Gerardo di Giovanni e fu Conti Emma (n.Reno Centese 1897, operaio, due medaglie di bronzo nella Grande Guerra, iscritto dal 8.9.21; il 16.8.37 proveniente da Pieve passa al fascio di Cento ove risiede in via Cremonino; in una nota dei CC di Renazzo del 31.7.42 si informa che è stato arrestato per associazione a delinquere il 29.5.40 e processato dalla Corte d'Assise di Ferrara) Un certo Alfredo Ghisellini di Cento (FE) si laurea a Bologna in Farmacia, 19/06/1925.
.........................aggiorn.07.02.09.............................